L'ANTRO DELLO SFIGATO

Teoria e prassi di una lotta millenaria

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Utente: Deancorso
Nome: Barney Panofsky
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mercoledì, 27 giugno 2007
CONFESSO II

Questa è invece la mia confessione

Confesso di non aver nulla da confessare.

Confesso una vita vissuta all’insegna della morigeratezza e del rispetto delle regole, una vita in cui, insieme ad ogni forma di eccesso, è stato bandito ogni slancio e ogni palpito.

A 50 anni un tumore alle ossa è l’unica perturbazione di una vita ordinata e metodica, neanche la malattia si è degnata di regalarmi una stilla di sarcasmo: un tumore ai polmoni o al colon avrebbero testimoniato almeno una possibile sregolatezza nella mia vita, come una malattia sessuale o una del sistema nervoso avrebbero mosso la mia coscienza alla ricerca di un breve attimo di eccesso.

Invece nulla, invece una malattia casuale come un raffreddore porrà fine ad una vita casuale, in cui non c’è nulla da confessare.

La mia è la generazione della meglio o della peggio gioventù.

A 20 anni si sognava di cambiare il mondo e si spaccavano le vetrine a Bologna, si lottava contro le ingiustizie e si sparava in via Fani, si praticava il libero amore e ci si infilava gli aghi nelle vene, si andava in India a cercare se stessi o in Cina a contribuire all’orrore, si sognavano pace amore e libertà e inneggiava a kmer rossi.

Loro lo facevano, io seguivo lezioni, preparavo tesine e sostenevo esami, con risultati mediocri.

Dieci anni dopo tutti bevevano Milano, mentre io mi arrabattavo nel mio studio, ma non perché disapprovassi, ma solo perché mi ritenevo incapace, preferendo allora una tranquilla mediocrità insieme ad una donna che stimavo, ma non amavo.

Non l’ho mai tradita, non ho mai guardato un’altra donna neanche per sbaglio, mentre i miei colleghi assumevano segretarie in base ai centimetri di carne che queste lasciavano nudi ai colloqui, ma nel contempo non ho mai avuto uno slancio folle verso di lei, non l’ho mai amata, convinto che in matrimonio tra persone rispettabili tali slanci fossero inopportuni.

Non solo non ho mai amato lei, ma non ho mai amato in senso più generale, non mi sono mai immerso in qualcosa cosi in profondità da rimanerne impregnato:

Mi sono diplomato geometra per rassicurare i miei genitori, mi sono laureato in ingegneria per assicurarmi un futuro più solido, ho fatto sesso per prepararmi al mio dovere coniugale, ho lavorato senza aspirazioni se non quella di mantenere una famiglia che a sua volta era solo uno strumento indispensabile di appartenenza sociale, ho educato i miei figli senza amore, con e ad un rigido formalismo della buona creanza.

Ora muoio.

Muoio senza aver vissuto, nella mediocrità che mi ha sempre contraddistinto, muoio nella paura di non essere eccessivo e fuori tema.

Muoio senza aver nulla da confessare

 

Postato da: Deancorso a 13:56 | link | commenti (2) |

CONFESSO I

Ora vi posto la prima confessione sempre tratta dal blog di ernesto

Sono una donna, ho quarant’anni. Nessun figlio, un’occupazione stabile nel fancazzismo della burocrazia statale. Nessun marito, nessun amante, nessun amore.

Confesso di non aver mai amato, nel significato legittimato da coppie, anniversari, regali e anche dizionari. Confesso di aver allattato i miei sentimenti con un seno di pietà. Confesso di aver detto “ti amo” pensando “io ci sono”. Confesso di aver fatto l’amore, ma per godere della bellezza del mio gesto. Confesso di aver pranzato con i parenti di lui pensando “lo sto salvando”. Confesso di averlo lasciato perché aveva compiuto un percorso, diverso dal mio: io confermavo quotidianamente la mia persona, non cambiando di una virgola le mie poche positività. Lui, i vari lui, crescevano di giorno in giorno, acquistando saperi, sicurezza, senso di vita. E l’ho lasciato puntualmente, li ho lasciati. Non potevo permettere che la mia missione morale, di una mia morale personale e costruita, andasse smarrita.

Sono una donna, ho quarant’anni. Ho amato solo per compassione. Mi sono volutamente crocifissa: uomini disadattati erano le assi incrociate di legno d’ulivo, le loro lacrime da suicidio erano i chiodi che tagliavano la mia carne. Le loro confessioni disperate erano le frustate di un soldato romano, la loro solitudine il mio lento cammino verso il Calvario. L’amore che provavano per me era la mia resurrezione, la loro venerazione la mano di Tommaso nel mio costato.

Ho amato per carità, e nella carità ho trovato il mio feticismo egoista, il mio piacere di cera, di schiava e di padrona, di pelle nera e di sconosciuti ai miei piedi. Il piacere fisico della disperazione altrui, confessata con lacrime e parole ai miei occhi. Il piacere fisico della superiorità nel rapporto, nel vedere in lui la pochezza di un’esistenza, prostrata alla mia benevolenza. Il piacere fisico di ingannarlo, di leggere nei suoi occhi la speranza di un amore corrisposto e sincero. Di un amore puro, liceale, da centimetri d’aria sotto il cammino. Era invece la pietà verso un amico disabile, l’elemosina all’angolo della strada, la busta di indumenti davanti la porta della chiesa: pulivo la mia coscienza, e ne provavo masochisticamente piacere.

 

 

PS ricordatevi che questo è amico mio

Postato da: Deancorso a 13:55 | link | commenti |

Confesso

Confesso che questa è un'idea di quel genio di ernesto a cui partecipo con grande entusiasmo, ma lascio che sia lui a spiegarvi di cosa si tratta

premessa: l'idea è quella di realizzare una serie di pagine brevi di diario con confessioni come quella che segue. confessioni che non danno seguito a reati e affini, ma che diano la sensazione di una consistente e coerente assenza dimorale nella persona che, ipoteticamente, scrive. se avete idee a tal proposito segnalateme, le scriveremo insieme.

(tratto dal blog Manifesta officina di imput di cui trovate il link sotto il titolo di "Genio")

Postato da: Deancorso a 13:53 | link | commenti |

lunedì, 25 giugno 2007
MAMMA CHE CALDO !

Non è vero, sono 3 giorni che da queste parti l'aria è quasi respirabile, ma se in questo periodo non parli del tempo e non ti lamenti che d'estate faccia caldo sei out. Se non parli, magari con sottofondo triste, di cani assetati legati al guard rail dell'utostrada del sole esci dal giro di quelli giusti. L'Ecologismo da cuori di burro, di arachidi, è un'esigenza nazionale, un po come la riforma delle pensioni.

E allora lo Sfigato non si astiene, alle 12.30 o alle 18.25 si mette comodo e con sadico piacere si sintonizza, un po come Fantozzi per Italia-Inghilterra, su Italia 1. Canottiera a costine macchiata di sugo e peperoni su panza prominente, vestaglia di flanella, Peroni familiare, frittatone di cipolle, rutto libero e si gode il festival della tetta e del bastardino.

No! no! tranquilli (cioè tranquillo nicò, mio unico lettore) non è il solito panegirico intellettual chic contro le reti mediaset, sono uno strenuo difensore delle reti di Drive In, l'Istruttoria, di magnum PI e di Holly e Benji e non mi sogno nemmeno di attaccare chi ci ha salvati dal monopolio clericale della Rai di Bernabè.

Il mio è un tributo di ammirazione a chi riesce a vedere aspetti che neanche emilio fede si sognerebbe di trovare in qualsiasi notizia: scoppia la guerra in Libano? ecco prontissimi un paio di topless sulle spiagge di Beirut, Vieri passa all'Atalanta, vai con il serivzio, con calendari di ordinanza, sulle veline e poi ci sono loro: Cani, Gatti, Orsetti, tartarughe, iguana e tutta l'arca di Noè, che guarda caso segue e precede i servizi sulla sfilata di moda e quello sulla festa vip in cui pellicce e pezzi di animali squartati abbondano.

Nom ditemi che tutto ciò e il resto non sono genio allo stato puro, roba in cui il cinismo dello sfigato non può far altro che sguazzare e ringraziare il padre di tutto ciò: Mario Giordano.

E chiudiamo con un altro must delle mezzore più intelligenti della giornata: Ghetti e le sue previsioni: Siamo in estate e fa caldo.

MAMMA CHE CALDO!

Postato da: Deancorso a 11:26 | link | commenti (2) |

martedì, 19 giugno 2007
IL FALO' DELLE VANITA'

E' incredibile!

Non vi devo più nulla, ho mantenuto tutte le promesse che vi avevo fatto, ma non ditelo in giro, rovinerei la mia reputazione di inaffidabile.

Certi Grilli parlanti ben introdotti in ambito bloggistico dicono che il blogger si riconosce alla distanza, ma a parte il fatto che io mi rifiuto di considerarmi un blogger, infatti non mi legge nessuno, non capisco perchè uno che non ha nulla da dire deve ammorbare gli altri e perder tempo lui, solo per nutrire il suo ego.

Come si capisce sto menando il can per l'aia (credo che questa espressione sia in disuso anche presso l'Accademia della Crusca da almeno un cinquantennio), sperando che mi venga in mente qualcosa, non dico di intelligente, quelle le lascio alle blogstar, ma per lo meno di passabile.

Adesso potrei parlarvi di quanto sono stronze le donne, di quanto siano peggio i datori di lavori e delle torture da infliggere agli editori che mi snobbano...peccato che di donne non se ne veda neanche l'ombra e in questo momento francmaente la cosa non mi dispiace per nulla, quel figlio di puttana che mi sfrutta sono io stesso e non scrivo neanche la lista della spesa da almeno 6 mesi. Quindi anche questi argomenti sono inutilizzabili.

Vorrei lasciarvi con un quesito  esistenziale, sul genere di quelli del mio amico del piano di sotto Zelig:

SI PUO' ANDARE AD UN FALO' IN SPIAGGIA CON BELLA GENTE (DICO SUL SERIO), BELLA MUSICA, ALCOL A VOTAMAZZA, TANTO DIVERTIMENTO E TUTTO AL POSTO GIUSTO E SCAPPAR VIA PERCHE' SENTI CHE TU IN QUEL POSTO NON C'ENTRI UN CAZZO?

Postato da: Deancorso a 20:08 | link | commenti (5) |

venerdì, 15 giugno 2007
Zelig

E' possibile che un essere umano sia ridotto in uno stato tale che gli sia negata anche l'infelicità?
Da persona mediamente intelligente risponderei sicuramente di no.
Risponderei, appunto.
Perchè esattamente questa è la mia condizione, desiderare l'infelicità.
Ormai non ragiono più in termini di felicità da molti anni, non concepisco più nemmeno la possibilità di costruirmi una vita mia.
La categoria della possibilità mi è stata eradicata, come il nervo vivo eradicato dal grottesco medico di un quadro di Hieronymus Bosh, per eliminare il dolore. Questo da chi ritiene che l'unica giustificazione della mia esistenza, quindi della mia felicità, risiede nella realizzazione dei "suoi sogni".
Questo processo si è composto di particolari quotidiani infinitesimali, apparentamente insignificanti, ma i giorni si sono succeduti e sono diventate settimane, le settimane mesi, i mesi anni e gli anni decadi.
Alla fine il mio sangue si è ritrovato marcio, come quello di un minatore affetto da silicosi.
Nonostante questo prograssivo annientamento della personalità, il mio carnefice si è dimostrato sempre più insoddisfatto, visto che il transfert della sua volontà non è riuscito al 100% e sfoga questo rancore in vessazioni continue e crescenti.
Una sola volta mi si è offerta una pertugio di scelta, ma da "non morto" non ho scelto ed in quel momentoil discorso felicità si è chiuso per sempre.
Ho detto "non morto", perchè è così che mi sento, perchè pun non essendo indiscutibilmente vivo non sono neanche morto, perchè neanche l'INFELICITA' mi è possibile, in quanto anch'essa è considerata inaccettabile affronto personalòe passibile di dura rappresaglia.
Ma il mio stato di "Non morto" non ha nulla a che farecon la figura tragica e romantica di un Nosferatu, ma piuttosto con quello ridicolo e grottesco di uno Zelig, l'uomo camaleonte, creato dal geniale W. Allen.
L'uomo camaleonte per paura di non essere accettato si trasforma in chiunque incontri; io con la certezza di non essere accettato mi sono trasformato nell'essere più neutro che si possa concepire, per poter continuare la mia Non Vita e la mia Non Morte.
L'unico punto di fuga concessomi è quello del vivere la vita per interposta persona, vivendo quello che vivono gli altri e provando quello che essi provano, naturalmente chi mi sta vicino non sa niente di tanta mostruosità, altrimenti ne fuggirebbero inorriditi, per farla breve sono diventato
UN GUARDONE DELLA VITA.

Postato da: Deancorso a 20:09 | link | commenti (3) |

martedì, 12 giugno 2007
La cafonetta

Torniamo al corso di conoscenza dello Sfigato, oggi il vostro Piero Angela, vi parlerà di un personaggio immancabile nella vita di ogni Sfigato: l'amica paraintellettualoide.

Abbassate le luci, riempite i contenitori di pop corn e godetevi lo spettacolo:

Essere una blogger di successo ed essere stata appena assunta in una casa editrice di nicchia conferisce, indubbiamente, lo status di persona colta, impegnata ed, soprattutto, interessante.

 Essere, per di più, single e “sessualmente consapevole”, in quegli ambienti si è sempre estremamente politically correct, ti proietta in un turbine di relazioni sociali, tali da corrompere un monaco tibetano, figuriamoci una “cafonetta di campagna”, con tanti grilli bovariani per la testa, trasferitasi, di recente, nella tentacolare metropoli.

E in effetti lei si scioglie nel deliquio dei sensi per un sofisticato reading di poesia post moderna durante il lunch su una chicchissima terrazza pariolina. Avrebbe accettato di farsi accompagnare dallo strangolatore di Boston per la prima di un film promosso con il porta a porta e che mai, per qualche fondato motivo si suppone, sarebbe uscito nel circuito delle multisale.

La telefonata della casa editrice è stata la svolta, la realizzazione del sogno perseguito con la caparbietà della parvenu e la leggerezza della sognatrice. Per esso aveva abbandonato il paesello abbarbicato sulle colline, a metà strada tra il mare e la montagna, prima a dorso di mulo e poi in treno, con la regolamentare valigia di cartone e, in una specie di destrutturazione lynchiana del tempo e dello spazio, era persino stata assunta in Fiat.

Dagli anni 60 hanno sostituito le tute blu di Cipputi, con graziosi tailleur crema, frutto sicuramente dello stupefacente lavoro di Lapo. Purtroppo anche i contratti a tempo indeterminato sono considerati fuori moda, insieme alle garanzie dello Statuto dei lavoratori, sostituiti dalla schiavitù dalla faccia giovane e simpatica dei contratti anomali.

La vigorosa classe operaia che dormiva con il mitra sotto il cuscino pronta a marciare, marziale e virile, verso il sol dell’avvenire era stata soppiantata, probabilmente per un virus importato nel 56 dall’Ungheria, da una nuova genia di individui ambigui. Abbronzati, anche in dicembre, come braccianti calabresi, ma con le mani lisce e curate come quelle di un principe di sangue degli Asburgo, profumati come ballerine di fila del Moulin rouge,  hanno sostituito L’Unità con GQ, di cui continuano, forse  per richiamo ancestrale, la linea e i “contrordine compagni”.

L’interesse per la rivoluzione socialista mondiale e per le sorti della “Patria dei proletari”si è leggermente affievolito, mentre notevole successo riscuote la centralinista, brunetta e procace, che, non appena, il tiepido sole capitolino lo permette non lesina centimetri di pelle da mettere in mostra, attirando venditori rampanti come i cestini della merenda attirano yoghi e bubu.

La contadinotta, come si confà, è furba, molto più della media degli avvoltoi dell’usato garantito, ma è donna, anzi, femmina, quindi particolarmente sensibile alle lusinghe del corteggiamento ed sessualmente consapevole, quindi conscia della proprie esigenze.

Le storie, per la maggior parte fugaci, si accavallano, si spezzano e si riallacciano come fiumi carsici. C’è da dire che, nonostante non disprezzi la concorrenza tra i corteggiatori, per natura non è considerabile fedifraga e quindi concentra le sue attenzioni su quello che, di volta in volta, è il primo della lista, concedendo agli altri solo le briciole, pronta, però, ad incoronare un nuovo re ai primi cedimenti del titolare.

Tale nettezza non impedisce, di tanto in tanto, il verificarsi di episodi incresciosi, di sms arrivati in momenti inopportuni, di scenate di gelosia. Se da un lato tali situazioni la stressano, dall’altro nutrono il suo accentuato bovarismo, facendola sentire la protagonista incorsettata di pessimi romanzi ottocenteschi, tutta palpiti del petto generoso, strizzato dagli ossi di balena.

Purtroppo per i duelli con la pistola all’alba nella nebbiosa brughiera, non ha sottomano né il duca di Brunswick né lord Cavenagh e allora deve arrangiarsi con quello che passa il convento. Ecco quindi dai bastioni di Orione spuntare mutanti che voi umani non potete neanche immaginare: imbianchini dediti all’antica cucina erotica giavanese, junior buyer della catena francese della GDO che al pomeriggio, smessi giacca e cravatta, si dedica alla letteratura neopulp e di sera gestisce blog esistenzialisti, speaker di radio Tor Bellamonica International che accende il suo desiderio leggendo con voce impostata e profonda, insomma alla Gasman, racconti erotici francesi di inizio novecento in lingua originale, dato che il francese ha in lei lo stesso effetto che ha per Gomez degli Adams.

Ben conscia di vivere storie border line, vi si immerge con intensità e leggerezza al tempo stesso. I vecchi scheletri che nasconde nel proverbiale armadio sono così numerosi e pesanti che le permettono di dare alle nuove storie il peso che meritano, pur non risparmiandosi di certo.

L’anno e mezzo trascorso a Roma  è stato un fantasmagorico sabba: il corso di editoria, le collaborazioni a cottimo, gli amorazzi, le terrificanti notti bianche, le mostre pittoriche ed il lavoro part time. Poi, d’improvviso, la telefonata che cambia le carte in tavola, la grande occasione, quella per cui ha vinto la pigrizia genetica, ma anche quella che le genera tanti patemi da ansia da prestazione.

Ha il terrore di fallire, di non essere all’altezza, di essere costretta a legare di nuovo la valigia di cartone con lo spago grosso e dover salire di nuovo sulla postale per tornare al paesello, sconfitta. Naturalmente ha tutte le carte in regola per riuscire, ha passione, umiltà e tenacia per poter apprendere e rendersi utile e apprendere, ma da buona parvenu contadina ha una paura sfottuta di fare brutta figura, mancandole l’improntitudine, la faccia tosta ed il giusto cinismo tipico della borghesia.

Due maggio, ore nove, ormai il tempo è scaduto, l’avventura inizia.

 

Dopo la pubblicazione di tali documenti il nostro sfigato è entrato nel programma di protezione testimoni FBI, gli è stata data una nuova identità, una nuova famiglia, un nuovo lavoro e una nuova auto, finoa quando un giorno una grossa auto scura con la targa di NY si è fermata davanti ad un ranch, ne è uscito un uomo con la faccia di Jo Pesci che chiamando con accento siculo newyorkese

"Sfigato!!!!"

all'apparire del nostro eroe ha vuotato il caricatore del suo mitra a disco, ha poi fatto a pezzi il suo cadavere rivendendo al mercato del pesce giù al queens.

 

Postato da: Deancorso a 11:13 | link | commenti (4) |

lunedì, 11 giugno 2007
Essere Mordechai

Anche Mordechai Gur non sarebbe male...

il semisconosciuto Richler, si lo so la Versione di Barney da qualche anno è diventato un tormentone, ma Richler ha scritto anche altro e qui da noi uno dei più grandi scrittori del novecento è ancora un oggetto misterioso.

Ho sempre avuto un debole per i figli di Sem, sia quelli della diaspora che quelli tornati al tempio. Non poteva essere diversamente:  in quanto a sfiga bisogna ammettere che, dai tempi di Nabuccodonosor, i simpatici adoratori di vitelli, qui ci vorrebbe Elio,  hanno stabilito una serie di record del mondo che neanche Sergey Bubka.

Oddio, bisogna dire che se la sono anche cercata: far incazzare un tizio come Vespasiano non è molto intelligente, nonostante si dica che mediamente siano estremamente intelligente. Ma certo non è colpa loro se la città donatagli dal loro grande protettore Federico Barbarossa, nove secoli dopo diventerà la città delle leggi che daranno il là al loro sterminio.

Però un popolo che ha lacapacità di esercitare una tale feroce autoironia non può non suscitare la simpatia di chi non crede da un pezzo che il mondo sia una valle incantata, dove ogni mattina c'è il sole e gli uccellini cantano allegri.

Barney si definisce un accanito antisemita e che il fatto che lui sia ebreo è secondario; ne L'apprendistato di Duddy Kravitz gli ebrei sono dipinti come cafoni arricchiti che sconvolgono il mondo idilliaco di Outremont, cittadina di villeggiatura per ricche famiglie Quebequoi.

Si ha ha la sensazione che Richler, ma anche altri autori, soprattutto ebreo americani, si diverta a confermare l'immagine dell'ebreo malvagio di tnata immondizia antisemita, in particolare dei celeberrimi Documenti segreti degli archivi Generali degli anziani Savi di Sion. Anzi più il contenuto di questa roba è trash più loro sembrano dovertirsi.

Tutto ciò potrebbe sembrare assurdo e autolesionista, ma parliamo di un popolo che durante i tragici giorni della rivolta del ghetto di Varsavia, continuava a darsi alla polemica e alle divisioni di fazione. Un popolo che le ha viste così tante che non può fare a meno di ritenere che il mondo sia pervaso dal male e che l'unico modo opporsi ad esso è ridicolizzarlo e prenderlo per il culo...

...un po come lo sfigato con la SFIGA.

Postato da: Deancorso a 13:34 | link | commenti (2) |

venerdì, 08 giugno 2007
SANGUE E NEVE

Questo invece è il racconto del concorso natalizio e come potete vedere sprizza bontà da tutti i capoversi

 

Era la notte di Natale e Dickens ne sarebbe stato compiaciuto.

La neve scendeva copiosa in grandi fiocchi leggeri; la gente si affrettava a terminare gli ultimi acquisti, con la particolare isteria natalizia, che trasforma ogni spintone in un franco

“Buon Natale!”.

In ogni casa gli odori della cena di magro si mischiavano a quelli dei grassi sughi del pranzo del giorno dopo, tra gli schiamazzi di torme di ragazzini che di quella sera respiravano l’aria di festa. Venivano dati gli ultimi ritocchi al presepe in attesa, esattamente a mezzanotte, del bambino, e della commissione per l’annuale concorso parrocchiale.

Il grande abete sistemato di fronte alla cattedrale riparava dalla neve il presepe, circondato da decine di persone che, come turisti giapponesi, scattavano foto lanciando commenti sbalorditi, accingendosi a visitare la mostra dei presepi allestita, come tutti gli anni all’interno dell’antico ponte romano. La mostra era diventata un appuntamento irrinunciabile per gli abitudinari cittadini, anche per quelli che non si sarebbero mai sognati di visitarne altre.

Il punto di ritrovo della bella gioventù era il solito bar in centro, che quella sera era affollato come sempre nei giorni di festa, quando più che mai era fondamentale “farsi vedere”. Per la maggior parte appartenevano a quell’età in cui si comincia a cercare la rispettabilità sociale, ma non si è ancora abbandonato, se mai succederà, il gusto per i vizi dell’età della ribellione.

L’agente delle assicurazioni, che pochi mesi prima era riuscito a comprarsi finalmente l’auto sportiva, con  una mano reggeva con attenzione il calice di vino bianco frizzante, mentre riposava l’altra sulla spalla di colei che, prima o poi, gli avrebbe dato il certificato di probità con il matrimonio e un figlio. Nell’attesa concupiva la procace e infedele mora che accompagnava l’operaio in jeans Dolce e Gabbana, pregustando il programmato amplesso in qualche stradina di campagna, ovviamente dopo la passerella della messa di Natale con la legittima, futura consorte.  L’operaio non sarebbe certo stato d’intralcio, ben felice di portare subito a casa la palla al piede, per poter finalmente tirare una striscia di coca insieme al figlio del suo principale, in una sorta di egualitarismo della cocaina a buon mercato.

Questi erano solo esempi dell’umanità che si apprestava a festeggiare il Santo Natale con spensieratezza di fronte al bar.

Né meglio né peggio degli altri, in un angolo risuonava la risata vagamente isterica di Marta. Anche lei con il calice in mano chiacchierava gaia con una coppia di amici che si rallegravano nel trovarla così sollevata dopo la fine tormentata della sua lunga storia con Marco. Biondina ed esile da sempre era l’immagine della fragilità, ma in questa occasione tutti si erano stupiti della forza con cui aveva reagito alla fine del grande amore. Pochi mesi avevano cancellato dieci anni di amore, passione, sofferenza e umiliazione. Si era laureata, aveva trovato lavoro, si era concessa un paio di scopate con l’assicuratore fedifrago, lo aveva anche accompagnato dal pusher per poi sniffare del popper al grido di: “Chissenefrega! Si vive una sola volta!”, per finire lo aveva mandato a farsi un giro e ora trovava divertenti i suoi tentativi ostinati di rinverdire tali emozioni. A detta della madre ora era pronta per sposarsi e fare figli, ma lei se la cavava con una sonora risata e un noncurante: “Prima devo trovare uno che mi si piglia!”.

In realtà non avrebbe avuto problemi a trovarlo, non passava giorno senza che qualcuno la invitasse a uscire o ci provasse, ma a lei non interessava, si lasciava corteggiare e civettava, ma nel suo cuore non c’era posto per l’amore, solo per qualcosa che dall’amore si genera, ma mille volte più profondo e puro.

La folla cominciava, lentamente, a scemare, attirata dalla prospettiva del baccalà e anche davanti al bar iniziavano i saluti e gli scambi di auguri con baci sulla guancia, più una vistosa palpata del sedere regalata dall’assicuratore alla bruna, che l’aveva accolta con una risata tra l’imbarazzato e il compiaciuto.

Presto Marta rimase sola, ordinò un ultimo prosecco e lo centellinò fino a quando la cameriera non le fece capire che anche loro non volevano sottrarsi al rito del cenone.

Pagò e uscì.

Camminò per un p’ sotto la neve che continuava a cadere placida, mentre una solitudine assoluta regnava sulle strade deserte e un senso di pace la avvolgeva. Improvvisamente iniziò a tremare. All’inizio pensò che fosse per il freddo, poi intuì che le proveniva da dentro, allora si fermò, sbarrò gli occhi e alcune immagini indistinte le attraversarono il cervello mentre un senso di orrore indicibile le scese addosso come un sudario insanguinato. Fu questione di istanti, poi la sensazione svanì, trasformandosi in un’allegria irrefrenabile che la spinse a canticchiare un motivo natalizio, fino a quando non si decise a raggiungere il parcheggio, anch’esso deserto e a salire in macchina.

Si accese una sigaretta e partì rabbuiandosi improvvisamente. Mentre attraversava la città deserta, imboccando la statale in direzione del mare, accese la radio e iniziò a torturare freneticamente la pulsantiera sul volante.

La luce opaca dei fari dell’auto fendevano il mare di paillette bianche che, cadendo, riflettevano la policromia degli addobbi natalizi delle sale da pranzo imbandite.

La frenesia di Marta si placò quando dagli altoparlanti sentì la sigla del radiogiornale, allora si fermò, lasciando che la sigaretta le si consumasse in bocca e la cenere le cadesse addosso mentre il vento e la neve le scompigliavano i capelli.

Fino all’ultima notizia tutto rimase sospeso, poi, appena partirono le prime note di una vecchia canzone di Crosby, si svegliò, buttando via il filtro ormai bruciacchiato e chiudendo il finestrino. Ebbe la tentazione di cercare altre notizie, ma decise di lasciar perdere e ricominciò a cantare.

Il paesaggio era lunare e dalla morbida coltre bianca spuntavano, come fantasmi carnevaleschi, sparuti alberi di natale. Poche luci si intravedevano da case seminascoste dalla tormenta.

Arrivò finalmente all’incrocio con la statale adriatica, prese in direzione sud e subito svoltò verso il lungomare, amava troppo il mare d’inverno, con una nevicata del genere poi doveva essere incantevole.

Il silenzio regnava e, come tutti i luoghi di mare in inverno, dava un senso di solitudine assoluta, solo poche luci segnalavano che comunque anche lì resisteva il rito atavico dell’abbuffata della vigilia.

Parcheggiò, scese dall’auto rabbrividendo, si accese una sigaretta e si sedette su un muretto. Lo sguardo si perse nell’oscurità diafana del mare innevato e non poté soffocare il pensiero che quello era il punto in cui si era seduta per tante volte abbracciata a Marco.

Marco… poche ore prima il suo odore le aveva ridestato i sensi addormentati, quando lo aveva sentito sdraiata sul sedile posteriore della sua auto. Le si erano inumiditi gli occhi, come le si inumidivano ora a ricordarlo, improvvisamente aveva sentito risvegliarsi l’amore e la passione e, per un secondo, pensò di abbracciarlo e baciarlo. Poi sentì la suoneria dei messaggi e riuscì a percepire, dal movimento delle spalle, la sua aria soddisfatta, mentre leggeva e lì decise di non poter più tornare indietro.

Buttò via la sigaretta e salì in macchina. Percorse tutto il lungomare e riprese la statale. La luce intermittente del faro, che penetrava la coltre di neve, segnalava la sua meta finale. Continuava a canticchiare, ma non poteva fare a meno di voltarsi per osservare la grande busta di plastica azzurra da cui spuntava un maglione, su cui si notavano alcune screziature rosse.

L’inquietudine le montava dentro come un mare in tempesta, l’orrore rischiava di tracimare e più volte ebbe la tentazione di fermarsi e di iniziare a piangere e urlare fino a quando qualcuno non fosse arrivato a prenderla, ma sapeva che non era possibile. Doveva portare a termine ciò che aveva iniziato.

Imboccò la stradina che portava al faro completamente sconvolta, con l’odore del sangue che si rapprendeva a torcerle le budella. Trovò il cancello aperto come aveva previsto, saltò fuori dall’auto portando con sé un astuccio e una bottiglia di spumante. Non si curò di nascondere l’auto, era certa che ancora per molte ore nessuno ci avrebbe fatto caso.

La caserma della Guardia di Finanza era deserta, come si augurava. Si sedette con le spalle contro il prefabbricato e la vista del mare a sua disposizione. Il freddo era pungente, ma non aveva voluto portarsi dietro neanche una coperta. Voleva cominciare a espiare.

Aprì la bottiglia di spumante e tirò due lunghi sorsi, poi prese l’astuccio e ne tirò fuori due pillole, mandandole giù aiutandosi con lo spumante.

Cadde immediatamente in uno stato di torpore, smise di avvertire il freddo e di sentire il vento, ma senza precipitare nell’incoscienza.

“Ora potete venire fuori!” disse ad alta voce, rivolgendosi ai ricordi e ai sensi di colpa.

Aveva pianificato tutto con la più lucida delle follie: era andata a letto per diversi mesi con lo squallido pusher dell’ancor più squallido assicuratore e quella mattina lo aveva chiamato per ordinargli ciò che le serviva. Lui si era prestato senza problemi, pensando a quante scopate ci avrebbe guadagnato e poco prima di pranzo si erano incontrati e lui l’aveva rifornita.

Aveva trascorso il pomeriggio in casa con i genitori e alle diciassette si era offerta di preparare un tè per loro. Aveva versato nell’acqua un paio di pillole solubili e aveva zuccherato più del solito il tè per coprirne il sapore amaro. Dopo averlo messo in tazza si era allontanata con la scusa di prepararsi per uscire.

Si era fatta la doccia e cambiata con calma, lasciando al veleno il tempo di agire. Quando era tornata in cucina aveva trovato il padre svenuto, forse già morto, sul divano e la madre a terra, immobilizzata, ma viva e cosciente, che la guardava con uno sguardo indescrivibile. Nessuna emozione la turbava, non aveva lo sguardo gelido di un’assassina e sembrava che per davvero fosse passata a salutare i genitori prima di uscire, come aveva fatto milioni di volte. Con un sorriso stampato sul viso afferrò il lungo coltello dal manico di legno e lo conficcò nella gola del padre inerme, sotto gli occhi della madre. Rimase accanto a lui per alcuni minuti, come ogni figlia premurosa. Si diresse verso la madre sopportandone senza batter ciglio lo sguardo, che prima le implorava pietà e poi, dopo che pochi colpi spietati si erano abbattuti su di lei, la perdonava mentre moriva.

La mattanza era terminata in pochi minuti, ora non le restava che cambiarsi di nuovo e compiere finalmente la sua vendetta.

Un’ora dopo si trovava nel parcheggio del condominio dove abitava Marco. In tutto quel tempo nessuna remora, nessun rimorso, nessuna pietà aveva fatto capolino nei suoi pensieri, se così potevano chiamarsi quell’insieme senza senso di impulsi elettrici che partivano dal suo cervello. Nessuno la notò, tutti erano troppo abituati a vedersela intorno, si avvicinò all’auto del ragazzo, parcheggiata come sempre nel punto più isolato. La aprì con la copia delle chiavi che lui stesso le aveva dato molto tempo prima e che non le aveva più richiesto indietro, si sistemò sul sedile posteriore, coprendosi con la coperta di Tommy, il bastardino che avevano preso insieme dal canile un paio di anni prima. Riuscì persino ad addormentarsi per alcuni minuti ed era ancora intorpidita dal sonno quando sentì Marco salire in auto. Forse anche per questo ebbe quella piccola esitazione, che però superò immediatamente: prese la siringa che aveva con sé e di scatto gliela piantò in gola. Lo sentiva ansimare, sentiva il suo cuore battere dalla paura e dal non capire, proprio come batteva forte il suo cuore, quando lui l’aveva lasciata, vantandosi di tutti i tradimenti che le aveva regalato. Ora lui era confuso e non capiva perché veniva ucciso, come lei non capiva perché lui l’aveva uccisa.

Ora doveva solo fargli sapere chi gli stava facendo questo, come lui lo aveva fatto sapere a lei, quindi gli si avvicinò ad un orecchio, spingendo a fondo lo stantuffo della siringa e, mentre i suoi occhi si spegnevano, gli sussurrò: “Buon Natale amore mio! Piaciuto il regalo?”.

Si era allontanata tranquillamente andando a prendere l’irrinunciabile aperitivo.

 

Per i genitori provava pietà, li aveva uccisi per risparmiarli da tutto quello che sarebbe successo, ma quel figlio di puttana invece se l’era meritato.

Lo scorrere dei ricordi e dei pensieri fu interrotto dalla sveglia del cellulare: mancavano solo dieci minuti a mezzanotte.

Impiegò circa un minuto a svegliarsi completamente, poi cercò l’astuccio e ne tirò fuori una siringa, del limone, una bustina con della polvere marrone ed un cucchiaino. Preparò tutto come gli aveva insegnato il pusher e alla fine poggiò a terra la spada.

Prese il pacchetto di sigarette e ne tirò fuori una, l’ultima. Accese e fumò l’ultima sigaretta.

Spento il mozzicone, fece un respiro profondo e si scoprì il braccio, legando il laccio emostatico, poi prese la siringa e la avvicinò, sperando che quel tossico le avesse dato della roba sufficientemente pura.

Forse proprio in quel momento il suo cervello tornò a funzionare o, l’atavico spirito di conservazione si dibatteva per non soccombere e cominciò a chiedersi se esisteva un’altra soluzione. Stava quasi per desistere, quando si immaginò seduta nello studio di Vespa o di Costanzo, con il modellino di casa sua davanti e questo le diede la forza per infilare l’ago nella vena e affondare lo stantuffo.

Il suo ultimo pensiero prima che l’eroina le esplodesse nel cervello fu:

“E anche questo Natale ce lo siamo tolti dalle palle!”

Postato da: Deancorso a 17:08 | link | commenti (1) |

giovedì, 07 giugno 2007
IL BALLO DI SAN VITO

Questo è il mio primo racconto ad aver partecipato ad un concorso letterario, ovviamente non ho vinto e il buon Menestrello ha rischiato di finire accoltellato in un fetido vicolo per avermi soffiato la giusta vittoria

 

 

Da quella stazione, cinque anni prima, in una notte calda e bellissima - “Proprio come questa”, pensò accendendo una sigaretta - era partita l’avventura che finiva tanto amaramente.

Guardando fuori dal finestrino, riprovava le stesse sensazioni di quella sera tanto lontana. Non capiva cosa fosse ciò che provava, forse era semplicemente lo stato d’animo degli sconfitti e dei perdenti.

Le luci del paese, che dal costone cento metri più in alto scendevano fino al mare, gli strapparono un sorriso stanco. Prese lo zaino e la valigia e si preparò a tornare a casa a piedi.

Per lo meno avrebbe rimandato al giorno dopo i “Lo sapevo!”, “Te l’avevo detto!”.

Per questo non aveva avvisato nessuno del suo ritorno, per non dar modo di preparare un bel processo.

Scese dal treno e attraversò i binari, si guardò intorno un paio di volte come a cercare qualcosa. Riprese a camminare, ma quando fu sulla massicciata davanti alla stazione e già si preparava a seguire i suoi pensieri verso casa, sentì una voce e capì cosa gli era mancato pochi minuti prima.

“Stefano! Sono qui!”.

“E questa da dove sbuca?” si chiese interdetto.

Sentì gli occhi inumidirsi nel veder corrergli incontro quella che considerava, più o meno, sua sorella.

“Più o meno” pensò, mentre guardava laido il suo seno florido, che ballonzolava allegramente.

Indossava un vestitino celeste che esaltava le grazie che la natura le aveva donato.

Ostinandosi a non alzare gli occhi dal petto, incantevolmente palpitante, le chiese:

“E tu che ci fai qui?”

“Allora sei scemo! Mi hai chiamato tu”, rispose lei, “e smettila di controllarmi le tette!”.

L’aveva chiamata lui, come ogni volta che si sentiva con le spalle al muro. Lei era l’unica con cui aveva discusso per trovare il coraggio di imbarcarsi in quella faccenda.

Si conoscevano dagli anni ottanta e, figli unici entrambi, si erano subito scelti come fratello e sorella.

Fino alla sua partenza era stato lui a prendersi sempre cura di Chiara, ma in seguito i ruoli si erano capovolti. Era stata lei a spingerlo a provarci ed era stata lei a stargli sempre vicino.

“Mi porti a casa?” chiese lui.

“Non credo tu abbia molta voglia di andarci” rispose lei.

“Più o meno come farmi pisciare in testa”, disse Stefano accendendosi una sigaretta.

“Offrimene una” disse lei tendendo la mano.

“Hai ricominciato?” chiese, porgendole il pacchetto.

“Mai smesso” rispose sfilandone una e poi riprese “A casa cosa ti hanno detto?”

“Non lo sanno ancora. Non sanno neanche del mio ritorno” rispose lui, poi continuò stancamente “Gli farò una sorpresona”.

Chiara stette zitta un attimo poi azzardò: “Rimani a dormire da me allora”.

Lui la guardò incerto se prendere l’offerta come un’ancora di salvezza o una trappola.

“Beh domani è il ventisette luglio” disse lei.

Stefano sorrise ironico.

“Festeggi per caso il genetliaco del duce?”.

Sentì il suo sguardo invitarlo a farsi un giro.

“Insomma rimani o no?” tagliò corto lei.

Lui decise per l’ancora. “Ok, ma raccontami del ventisette luglio. Il dubbio che tu sia una Wicca e celebri nuda un sabba potrebbe bloccarmi lo sviluppo”.

Sfoggiò la sua risata cristallina e lo guardò negli occhi. Lui resse lo sguardo rimanendo in silenzio. Ebbe la prova che non voleva parlare.

“Be’ allora? Questo ventisette luglio?” protestò lui con l’espressione di un bambino capriccioso.

“Conosci la guerra goto-bizantina?” chiese lei, mentre si avviavano verso casa.

 “So che si è combattuta subito dopo la caduta dell’impero d’occidente e lasciò l’Italia completamente distrutta”, concluse orgoglioso.

 “Ti sembrerà strano, ma questo borgo infame allora era simile alla Berlino della guerra fredda”.

“Wow! La cosa si fa eccitante”, la canzonò lui. 

“A nord i Bizantini, a sud i Goti, in mezzo un pugno di case ed un viottolo fetido a fare da terra di nessuno. Per oltre trenta anni un difficile equilibrio alternava rari momenti di pace con scaramucce, agguati e vere e proprie battaglie campali. Nel 542 la guarnigione bizantina fu richiamata. La popolazione si ritrovò così abbandonata a se stessa con poche falci e qualche picca. I Goti però non avevano truppe sufficienti per sferrare un attacco decisivo ed occupare il porto. La sera del ventisei luglio del 543, mentre un terribile temporale sferzava la costa, un esercito goto cominciò ad ammassarsi sulla spiaggia. La popolazione terrorizzata si radunò in chiesa per invocare la protezione della Madonna. La leggenda racconta che alle prime luci dell’alba si sentì un boato assordante, la tempesta si placò di colpo, la statua della vergine cominciò a risplendere e dalla coltre di nubi un raggio di sole illuminò un punto del mare. Una processione di barche si diresse verso il raggio di sole guidata da un monaco che innalzava la statua. Una volta raggiunto il posto, la statua fu gettata in mare. Non appena l’ultima barca si fu allontanata, il cielo divenne sereno, l’aria si fece calda e nel punto in cui era affondata la statua si generò un gorgo e alla fine una gigantesca onda piombò sulla spiaggia spazzandola via insieme alle truppe gote”.

Erano finalmente arrivati davanti ad un pesante cancello di ferro battuto che divideva la statale da un viottolo che si inerpicava sulla collina.

Entrarono in casa, salirono al primo piano ed entrarono in camera di Chiara. Chiuse gli occhi e l’odore pungente di incenso gli salì nelle narici, come a dargli il benvenuto, lo stesso incenso che lei aveva comprato una quindicina di anni prima, per coprire l’odore delle prime sigarette.

“Avrei bisogno di farmi una doccia”, disse lui ancora distratto dai ricordi.

“Fa pure! Gli asciugamani sono nel cassetto in basso. Io ti aspetto di sopra. Non fare casino”.

Rigenerato dalla doccia ritornò nella stanza di Chiara, si avvicinò alla finestra aperta e guardò fuori. Una brezza leggera increspava il mare e faceva danzare stancamente gli olivi che scendevano lungo la collina. Si sporse dalla finestra, tiro giù la scala retraibile in alluminio e salì.

Chiara lo aspettava sul tetto, in quello che avevano scelto come rifugio segreto e che era stato testimone delle interminabili chiacchierate ritmate da sigarette, birra, marijuana e preservativi.

Lei era stesa su un materasso e lo fissava fumando lentamente. Stefano contraccambiò lo sguardo e la trovò sfrontata, irritante, morbida e desiderabile.

Si stese vicino a lei, passandole una mano dietro la testa e accarezzandole i capelli e l’orecchio. Lei faceva finta di nulla continuando a fumare.

“Fammi dare un tiro” disse lui quasi a voler romper l’incantesimo.

Lei si voltò e rimanendo su un fianco gli mise la sigaretta in bocca facendogli dare un paio di tiri, mentre lui continuava a prendersi cura della sua pelle.

I capelli sotto i polpastrelli gli davano un piacere languido e la morbidezza della pelle dietro l’orecchio lo inebriava. Lui guardava le stelle, mentre lei gli ascoltava il battito regolare del cuore.

Ad un certo punto lei si fece forza e, lottando contro il languore di quell’abbraccio, alzò la testa dal suo petto.

“Guarda che non mi freghi” attaccò lei quasi brutale.

Lui sorrise.

“Chiedi pure” la anticipò, smettendo di accarezzarla ed accendendosi una sigaretta.

“Non capisco! Fino a due mesi fa sembrava che tutto procedesse bene”.

“Evidentemente troppo bene” rispose sarcastico.

“Cioè?”

“Sai dell’azienda americana che per due anni ci ha inseriti nel suo organigramma per evitarci di chiedere una fideiussione di garanzia”.

“Sì, me ne hai parlato” disse lei rubandogli di bocca la sigaretta.

“Beh loro lo avevano fatto senza crederci troppo, solo per poter avere dei benefici fiscali”.

“Sì ma a voi che vi importa? Avevate quello che volevate no?”

“Certo, per noi era una manna: avevamo tutta la libertà che il non essere considerati può dare, locali gratis, qualche spicciolo a disposizione e soprattutto non eravamo costretti a rivolgerci alle banche che sicuramente ci avrebbero rifiutato la fideiussione”.

“Ma?”

“Ma evidentemente siamo troppo bravi. La società si è resa conto che non siamo utili solo per risparmiare un po’ di tasse, ma possiamo fargli risparmiare un sacco di soldi”.

“Come?” chiese Chiara dandogli un improvviso bacio sulla guancia.

“Be’ il nostro lavoro coincide con quello che affidano a società esterne per il controllo di gestione e noi possiamo farlo quasi gratis”.

“Be’ è la prova che il vostro lavoro sta dando frutti” commentò Chiara.

“Per un solo controllo perderemmo oltre un anno. Quindi o accettiamo di lavorare per loro e perdiamo il bando del 2006 oppure rifiutiamo e iniziamo a cercarci una fideiussione che nessuno ci accorderebbe. In entrambi i casi: vaffanculo al progetto!” Stefano serrò i pugni dalla rabbia.

“Ma sei sicuro che non ci siano altre possibilità?”

“No! L’unica sarebbe che a Bruxelles decidessero di rifinanziare il progetto anche il prossimo anno. Nel bando si accenna ad una seconda tranche. Abbiamo cercato disperatamente di avere informazioni o anche indiscrezioni, ma la burocrazia dell’Unione è davvero kafkiana”.

“Ah” fu il commento di Chiara.

Improvvisamente si lanciò in una mezza piroetta fino a ritrovarsi a cavalcioni sul petto di uno Stefano esterrefatto. Vedendo l’espressione sbigottita del ragazzo Chiara rise e passandogli il pollice sul labbro superiore sussurrò:

“Tranquillo! Tutto si risolverà. Troveremo una soluzione” baciandolo appassionatamente.

 

Un ticchettio penetrò nel suo sonno pastoso, aprì gli occhi e vide il soffitto, ma non riusciva a capire dove fosse, abbassò lo sguardo.

“Ah la stampante!”

Guardò meglio e vide il pc acceso e la stampante che sputava fogli senza sosta. Su una poltrona di vimini sulla destra era mollemente allungata Chiara. Indossava solo un completino intimo azzurro che, per un attimo, aveva riacceso i suoi sensi. Lo sguardo era perso su uno scaffale stracarico di libri, le braccia abbandonate sui braccioli, in bocca un mozzicone di lucky strike le pendeva da un angolo, ormai consumato quasi fino al filtro.

“Chi credi di essere? La Canalis?”

Chiara si riprese e lo salutò.

“Buongiorno!”

“Che ore sono?” e senza aspettare la risposta aggiunse “Ma che stai facendo?”

“Mezzogiorno. Nulla di speciale. Stampo il tuo maledetto bando per il 2007” rispose sorniona.

Lui si alzò e si andò a sedere sul bracciolo della poltrona.

 “Non esiste quel bando!”

“Infatti questa è una bozza di lavoro che sarà approvata in autunno”.

Stefano si sentiva umiliato e il tono divertito di Chiara lo irritava.

“Come hai fatto?” chiese cercando di riacquistare un minimo di calma.

“Quando ieri sera hai parlato della burocrazia europea, ho pensato che io ne conoscevo il re” spiegò lei.

 “Jacques” disse lui.

“Già proprio lui” rispose lei sorridendo.

“L’avevo su MSN, ma l’ho bloccato mesi fa visto che rompeva con il cybersex. Io sono spiritosa, ma lui ha un chiodo fisso e dopo un po’ mi sono stufata”.

“Ieri sera, dopo che mi sono addormentato, lo hai sbloccato” intervenne Stefano.

“Appena sbloccato mi ha contattata accettando per buona la mia scusa del pc rotto” continuò lei.

“Quando gli ho chiesto se ne sapeva qualcosa, ha affermato che non era il suo campo, ma subito ha aggiunto che sapeva a chi chiedere. Ovviamente il porco è stato molto felice di accontentarmi, quando gli ho chiesto di informarsi subito”.

“Immagino” fu il commento di Stefano.

“Tra una telefonata e l’altra mi ha detto che a metà agosto aveva in programma un viaggio in Italia e quando ha avuto la certezza dell’esistenza del bando mi ha detto papale papale che avrebbe voluto vedermi”.

“Ha inviato la fattura per i servigi resi” commentò acido Stefano.

“Detta così è un tantino squallido, ma sì! L’ho pensato anch’io. Ovviamente gli ho risposto che ne sarei stata felice. Si è offerto di fare un salto in ufficio stamattina, per permettermi di scaricare il bando”.

“Che gentile!” vomitò Stefano.

“E nel frattempo gli sarebbe piaciuto rivederci con la webcam. Ho capito che ad agosto avrei pagato il saldo e che ora voleva un anticipo. Non ho detto nulla ed ho acceso la webcam”.

Stefano si rese conto che era felice, se ne vergognava, ma era così.

“Mi hai salvato il culo”.

Lei lo guardò e commentò:

“Ecco! Vedi di essere nei paraggi quando arriverà il francesino, magari salvi il mio” rispose sfilandogli una lucky dal pacchetto.

Lui si avvicinò alla finestra e guardò fuori, rimanendo in silenzio, poi disse:

 “Ho voglia di andare al mare”.

“Ok” rispose lei e senza pensarci si sfilò l’intimo. Rimasta nuda, cercò con calma nei cassetti fino a che non tirò fuori un costume che poi indossò molto lentamente seduta sul letto come fosse una Sophia Loren più disinibita in un Ieri oggi e domani montato al contrario.

 

Avevano perso tempo nel risalire dal mare, lavarsi e vestirsi, ormai la messa era iniziata da oltre un’ora ma, con gran delusione di Stefano, non era finita.

Si accese una sigaretta, mentre dalla piazza osservava i soliti sfaccendati che aspettavano anche loro sul limitare della chiesa. Chiara indossava un vestito bianco, probabilmente eccessivo con i suoi pizzi, che metteva in risalto la valanga di ricci biondi che le cadevano sulla schiena tostata dal sole. Si chiese come l’avrebbero presa i bigotti se fosse entrata in chiesa con quella scollatura. Rimase quasi deluso che questa novella Malena, con le curve che non avevano nulla da invidiare alla Bellucci, si fermò sul sagrato ed infilò solo la testa in chiesa. Si sedette sugli scalini del sagrato, lui si avvicinò lentamente continuando a guardarsi intorno e si andò a sedere vicino a lei tirando fuori il pacchetto morbido di Lucky. Lei lo toccò e disse:

“Ne hai una sola”.

Stefano con noncuranza rispose:

“Si ricomprano. Qui come siamo messi?” disse indicando la chiesa.

“Altri venti minuti buoni” scosse le spalle Chiara.

“Allora possiamo andarci ora a comprare le sigarette”.
”Allora potremmo andar giù al porto ad aspettare la processione e mentre scendiamo le compriamo”.

“Ok”, fece Stefano alzandosi.

Prima di lasciare la piazza lei attirò la sua attenzione su un piccolo belvedere che dava direttamente sul porto. Si vedevano decine di barche che si preparavano per la parte marina della celebrazione. C’erano barche di ogni tipo: dai pattini, ai motoscafi e persino qualche cabinato, ma la parte del leone la facevano i pescherecci: essi conferivano una certa solennità a quella che, altrimenti, sarebbe stato un semplice raduno di diportisti.

“La statua salirà su uno di loro e gli altri gli faranno da corteo, mentre le barche seguiranno ad una certa distanza” spiegò Chiara.

Scendevano distratti lungo le strette viuzze, circondati da gente impegnata negli ultimi febbrili preparativi.

Arrivarono al porto e l’eccitazione era al massimo.

“Evidentemente è il clou dell’estate” concluse Stefano guardandosi intorno, poi rivolgendosi a Chiara, chiese:

“Avrei voluto sempre chiedertelo, ma come fai a rimanere qui?”

“Un posto vale l’altro” rispose Chiara guardando il mare. “Non dirmi che sei andato a Bologna e ti sei inventato il progetto solo per scappare da mamma e papà come tutti i ragazzini complessati del circondario?”

“No io sarei rimasto anche a casa, l’importate è come si vive non dove, ma devi ammettere che qui manca l’aria”

“Oh Cristo! Adesso ti metti a fare il filosofo? Ma smettila!”

“Dì quello che ti pare, ma questo posto resta quello che è, proprio perché non offre alcuna possibilità, soprattutto per chi è al di fuori del solito schema: lavoro in banca, Audi, fidanzata” fece lui irritato.

“Questo è il colmo!” sbottò lei.

“Uno che alla prima occasione è scappato dice a me, Blowjob Chiara, quello che succede a chi è fuori degli schemi?” disse quasi tremante, ma con lo sguardo di chi ha tante di quelle cose dentro che la pressione l’ha trasformato in un diamante.

“Blowjob? Cos’è ti sei specializzata?” chiese lui per dimostrare di essere più cinico di lei.

“Non più di tante altre. Solo che io sono una free lance, senza fidanzato ufficiale che ogni tanto vola a cambiar bocca all’est e ti lascia il tempo per spompinarti il vicinato, magari subito prima di andare a vedere il vestito da sposa con la futura suocera”.

“Ripeto: come fai a vivere qui?”

“Sarebbe eccitante vedere arrivare un minimo di civiltà anche qui”.

“Se! Ma quando mai! Visto che i giovani sono peggio dei vecchi”.

“Più bigotti direi. Soprattutto i trentenni mirano alla legittimazione sociale. Da buoni sepolcri imbiancati, dopo una decina di anni passati a “vivere” come dicono loro, cominciano a pensare all’epigrafe della loro lapide: gran lavoratore, buon padre, marito affettuoso” concluse lentamente.

“Tutto questo dovrebbe farti fare le valige al volo”.

“Ma io resto per loro” rispose lei con un ampio sorriso.

“Che?” chiese lui esterrefatto.

La discussione fu interrotta da una lenta litania di salmi: la processione stava arrivando e, dopo un paio di minuti, la statua nera fece la sua comparsa.

Accompagnata dalle invocazioni, la statua salì su un peschereccio e prese il mare, seguita dal codazzo delle altre imbarcazioni che nel frattempo stavano facendo salire la gente.

Loro si sistemarono su un peschereccio di grosse dimensioni, sistemandosi sul ponte ed aspettando che si riempisse fino ad assomigliare ad una nave della speranza.

Schiacciati come sardine, Stefano le cinse la vita con un braccio, mentre con l’altro le accarezzava il viso.

“Allora? Adesso mi spieghi questa follia. Devi ammettere che non è normale rispondermi che resti per loro”.

“Io sono la loro Nemesi”, rispose lei estremamente seria. “io sono ciò che devono cancellare per avere una vita rispettabile, anche se questo non gli impedisce di cercarmi ogni volta che le loro fidanzate dimenticano di succhiarglielo”.

Intanto le barche si erano disposte in cerchio e il prete stava benedicendo la statua.

“Sono loro che abbassano lo sguardo, quando mi vedono” riprese.

Il prete ora benediceva il mare e poi passò ad aspergere con l’acqua benedetta le barche e i loro occupanti. Scese un gran silenzio che coinvolse anche Chiara e Stefano.

La statua finì in mare, salutata dal fischio prolungato delle sirene e le litanie furono sostituite da un agghiacciante attacco di chitarre.

Durante il viaggio di ritorno Stefano assistette a qualcosa che gli tolse il fiato: vide Chiara piangere e lui non sapeva assolutamente cosa fare se non limitarsi ad un banalissimo abbraccio, tenendola stretta fino al momento dell’attracco.

Ora il profano poteva soppiantare ufficialmente il sacro: le bancarelle di dolciumi spandevano odore di nocciole tostate, le porchette cominciavano a passare, a pezzi, dagli spiedi alle carte oleate, lo zucchero filato roteava con decisione in attesa dei bastoncini.

Si inoltrarono per le vie illuminate a festa, restando in silenzio. Chiara sembrava assente e guardava nel vuoto vergognandosi della sua debolezza. Stefano guardava le giovani coppie che incrociavano che ora sembravano tutte simili a quella che aveva descritto Chiara. Vagarono per tutta la sera, senza mai sentirsi parte della festa e scambiando poche parole tra loro.

Verso mezzanotte Stefano vide Chiara sobbalzare e guardare una coppia di donne che si avvicinavano. Erano madre e figlia: entrambe bionde, curate, entrambe con addosso svariate migliaia di euro in vestiti ed entrambe con facce da grandissime stronze. Lo sguardo di Chiara divenne tagliente, le due donne le scivolarono vicinissime, continuando a fissare Chiara, mentre la giovane diceva alla vecchia: “Ha pure il coraggio di farsi vedere in giro”.

La vecchia sibilò di risposta:

 “Sarà in cerca di clienti”.

Chiara non fu da meno e come un cobra reale che da la caccia ad altri serpenti velenosi disse:

“Teneteveli quei due, anzi attente la prossima volta che partono per Kiev”.

Le due streghe firmate la guardarono con odio, ma anche paura. Chiara non le degnò più di uno sguardo e accelerò il passo per distanziarle il più possibile.

Ora tremava come una foglia, questa volta non piangeva, ma era a pezzi.

Stefano la portò via, imboccando strade che non conosceva, fino a ritrovarsi al di fuori del paese.

Si incamminarono lungo la strada e, dopo un quarto d’ora, erano sul promontorio a picco sul mare, si sedettero su una roccia e rimasero in silenzio per un po’, poi Chiara lo guardò e sorridendo gli disse: “Non c’è che dire è stata davvero una bella serata”.

Lui si fece serio e rispose: “Vieni con me a Bologna, lì per lo meno non ci sono sagre”.

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