L'ANTRO DELLO SFIGATO

Teoria e prassi di una lotta millenaria

Eccomi

Utente: Deancorso
Nome: Barney Panofsky
Ma a voi che vi frega?

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Archivio

oggi
luglio 2007
giugno 2007
gennaio 2007
novembre 2005
ottobre 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

mercoledì, 27 giugno 2007
CONFESSO I

Ora vi posto la prima confessione sempre tratta dal blog di ernesto

Sono una donna, ho quarant’anni. Nessun figlio, un’occupazione stabile nel fancazzismo della burocrazia statale. Nessun marito, nessun amante, nessun amore.

Confesso di non aver mai amato, nel significato legittimato da coppie, anniversari, regali e anche dizionari. Confesso di aver allattato i miei sentimenti con un seno di pietà. Confesso di aver detto “ti amo” pensando “io ci sono”. Confesso di aver fatto l’amore, ma per godere della bellezza del mio gesto. Confesso di aver pranzato con i parenti di lui pensando “lo sto salvando”. Confesso di averlo lasciato perché aveva compiuto un percorso, diverso dal mio: io confermavo quotidianamente la mia persona, non cambiando di una virgola le mie poche positività. Lui, i vari lui, crescevano di giorno in giorno, acquistando saperi, sicurezza, senso di vita. E l’ho lasciato puntualmente, li ho lasciati. Non potevo permettere che la mia missione morale, di una mia morale personale e costruita, andasse smarrita.

Sono una donna, ho quarant’anni. Ho amato solo per compassione. Mi sono volutamente crocifissa: uomini disadattati erano le assi incrociate di legno d’ulivo, le loro lacrime da suicidio erano i chiodi che tagliavano la mia carne. Le loro confessioni disperate erano le frustate di un soldato romano, la loro solitudine il mio lento cammino verso il Calvario. L’amore che provavano per me era la mia resurrezione, la loro venerazione la mano di Tommaso nel mio costato.

Ho amato per carità, e nella carità ho trovato il mio feticismo egoista, il mio piacere di cera, di schiava e di padrona, di pelle nera e di sconosciuti ai miei piedi. Il piacere fisico della disperazione altrui, confessata con lacrime e parole ai miei occhi. Il piacere fisico della superiorità nel rapporto, nel vedere in lui la pochezza di un’esistenza, prostrata alla mia benevolenza. Il piacere fisico di ingannarlo, di leggere nei suoi occhi la speranza di un amore corrisposto e sincero. Di un amore puro, liceale, da centimetri d’aria sotto il cammino. Era invece la pietà verso un amico disabile, l’elemosina all’angolo della strada, la busta di indumenti davanti la porta della chiesa: pulivo la mia coscienza, e ne provavo masochisticamente piacere.

 

 

PS ricordatevi che questo è amico mio

Postato da: Deancorso a 13:55 | link | commenti |


Commenti